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“my soul roams with the sea”Chi non ride mai, non è una persona seria (F. Chopin)
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May 02 Raskòl'nikovEhm...sì...
tutto è nelle mani dell'uomo, e tutto egli si lascia scappar sotto il naso, unicamente per vigliaccheria...
questo è ormai un assioma...
Curioso, cos'è che la gente teme più di tutto?
è un passo nuovo, una parola nuova che soprattutto essa teme...
Ma, io chiacchiero troppo. E non faccio nulla appunto perchè chiacchiero.
Ma forse è anche così: chiacchiero perchè non faccio nulla.
Фёдор Достоевский, Преступление и наказание [credo sia il primo romanzo che mi sembra di apprezzare]
ame|little_chopin89 April 25 Euripide, Baccanti, 1043-1152Alla faccia sua, prof.
Perchè la lettura di questo solo brano vale più di tutte le sue stupide e inutili fotocopie riassuntive.
Perchè la lettura di questo brano avrebbe fatto capire ai suoi alunni qualcosa di vero su Euripide. SERVO:
Ci si lasciò alle spalle le ultime case di questa terra di Tebe,
risalimmo le correnti dell’Asòpo e poi si prese su per ripidi sentieri che vanno al Citerone, Pènteo, io – che seguivo il mio padrone – e lo straniero, la nostra guida in quella spedizione. Prima una sosta in un prato erboso, attenti a soffocare il rumore dei passi ed il respiro, per vedere senza essere visti. C’era una conca tra pareti di roccia, scavate da sorgenti, ombreggiata dai pini: le Menadi erano là, tutte prese in piacevoli fatiche: alcune coronavano d’edera il loro tirso che aveva perduto la sua chioma; altre, come puledre liberate dai gioghi variopinti, facevano risonare a voci alterne un canto a Bacco. Pènteo, quell’infelice, non riusciva a vedere la schiera delle donne. E allora disse: "Straniero, io da qui, non arrivo a vederle, quelle Menadi false. Ma lassù dalle rocce, se salgo proprio in cima ad un abete, le vedrei bene, le loro sconcezze". A questo punto, ecco, vedo il miracolo dello Straniero: afferra la cima, alta fino al cielo, di un abete e lo piega giù, lo piega, lo piega giù fino alla terra nera. E l’abete si curva, come un arco o un legno che il tornio modella a forma di ruota. Proprio così lo Straniero, con le sue mani, teneva quell’albero di montagna e lo piegava giù fino a terra: e questa impresa niente aveva di umano. Poi fa sedere Pènteo sui rami dell’abete, si fa scorrere il tronco diritto tra le mani, piano piano, attento che lui non sia disarcionato: dritto ora l’albero svettava su, nell’alto del cielo, e si portava, seduto sulla cima, il mio padrone. E fu visto, piuttosto che vederle, lui, dalle Menadi. Non era ancora bene in vista, appostato lassù in alto, che lo Straniero non si vide più. Ma dal cielo una voce - Dionìso credo - levò il grido: "Ragazze, vi porto chi ha riso di voi, di me e dei miei riti: punite l’uomo!". Mentre così parlava, tra cielo e terra si stagliava una luce di fuoco divino. Silenzio nell’aria, silenzio tra le fronde del bosco e nella valle, silenzio le voci delle fiere. Ma quelle non udirono chiara la voce del dio e si alzarono ritte e volsero attorno gli occhi. Lui di nuovo gridò: quando udirono chiaro il comando di Bacco, le figlie di Cadmo si lanciarono più veloci di colombe, mossero i piedi in corsa vorticosa la madre Agàve e con lei le sorelle, nate dal suo stesso seme, e tutte le Baccanti. E a balzi per la valle solcata dai torrenti e tra i burroni corsero, invasate dallo spirito del dio. Quando poi vedono il mio padrone nascosto sull’abete, s’arrampicano su una roccia che stava di fronte a lui come una torre, scagliano pietre a tutta forza e rami d’abete come fossero lance. Altre facevano balenare nell’aria i loro tirsi contro Pènteo, ormai solo un misero bersaglio, ma senza colpirlo. Quell’infelice, in preda alla paura e senza scampo, era troppo in alto, fuori portata dalla loro furia. Alla fine, schiantano come fulmini i rami dalle querce e si mettono a scalzare le radici; ma quelle leve non erano di ferro e i loro sforzi furono tutti vani. Allora Agàve disse: "Avanti, Menadi, tutte qua in cerchio, afferrate il tronco, prendiamo la bestia salita lassù, perché non sveli le danze segrete del dio!". Mille mani abbrancano l’abete, lo strappano dalla terra e da lassù, dall’alto a precipizio, s’abbatte a terra, Pènteo, tra grida di terrore: capisce di essere vicino alla rovina. Fu sua madre, per prima, ad iniziare, sacerdotessa di un rito di sangue, e gli si avventa contro. Lui si strappa via la mitra dai capelli, perché Agàve, anche lei infelice, lo riconosca e non lo uccida, carezza il viso di sua madre e dice: "Io, madre, sono figlio tuo, Pènteo, partorito da te nella casa di Echìone. Pietà, madre, abbi pietà di me, per le mie colpe non ammazzarlo, questo figlio tuo!". Ma quella, con la bava alla bocca, torceva le pupille stravolte, era fuori di sé, non intendeva: posseduta da Bacco, lei non l’ascoltò. Gli afferra il braccio sinistro con le mani, punta i piedi sui fianchi di quel disgraziato e gli sbrana la spalla, ma non con la sua forza: il dio dava vigore alle sue braccia. Dall’altra parte compie il suo scempio Ino e squarta le carni, poi s’accanisce Autònoe e poi le Baccanti in branco tutte insieme. Era tutto un gridare confuso: lui urlava di dolore finché ebbe ancora un po’ di fiato, loro urlavano grida di vittoria. Una portava un braccio, l’altra un piede ancora col calzare, le costole messe a nudo erano sbranate e con le mani grondanti di sangue le Baccanti si lanciavano, come una palla, i brandelli di carne di Pènteo. Ora il suo corpo giace, fatto a pezzi, qua e là: un pezzo sotto rocce scoscese, un pezzo tra le macchie del bosco, e non sarà facile trovarli. La misera testa, se l’è presa sua madre: l’ha piantata sulla cima del tirso e la porta in trofeo giù per il Citerone, come fosse la testa di un leone montano. Ora ha lasciato le sorelle tra i cori delle Menadi e lei, fiera di questa preda disgraziata, avanza verso le nostre mura e invoca Bacco, suo alleato, suo compagno di caccia, il grande vincitore: e a lui porta il trofeo di una vittoria fatta di lacrime. Ma io voglio stare lontano da questo orrore, e me ne andrò prima che Agàve arrivi qui a palazzo. Essere saggi e venerare gli dèi è la cosa più bella: e credo anche che sia la più sensata e, per noi mortali, un bene prezioso, se lo mettiamo in pratica. Potrei commentare questo brano all'infinito.
Potrei raccontarvelo e commentarvelo per ore.
Ma l'importante è che abbiate provato quel brivido sulla pelle. Il παθος di Euripide.
{lei non sa nemmeno chi è davvero Euripide}
ame|little_chopin89 April 21 StoicismoSeneca, de Providentia:
Essere sempre felici
è ignorare l'altra metà del mondo.
doppia lettura: cfr. questione di altruismo. + cfr. "would you lie with me and just forget the world?"
ame|little_chopin89 April 15 θανUno stambecco nero. In centro città
Una ragazza. Fluttuante.
Uno spirito. Nero.
Un fumo esalato da un fuoco che smetteva di vivere.
Questo elfo saltava per la strada.
L'ho visto con la coda dell'occhio.
S'è intrufolata nella chiesetta là nell'angolo.
Ho sentito la tua risatina malefica.
Son fuggito.
Ti ho vista. Come se fossi corsa di fianco a me.
Ti ho vista. E questo mi terrorizza.
Ma sono sopravvissuto. Sono un eroe.
E ora basta. CATARSI.
Finchè le nostre strade non ci porteranno a duellare.
Qui non comparirai più.
ame|little_chopin89 [-ουμαι] April 09 Sii. Senza verbalizzare.In questo momento non ho voglia di far nient'altro che essere me stesso.
Detto fuori dai denti. Senza moralismi. Senza frasi fatte. Senza verbalizzare. Essere chi sono. In un senso assoluto, tra quelle due sbarrette che mi piacciono tanto. |ame|. Fuori da ogni contesto. Perchè essere consapevoli di essere è un grande respiro dello spirito. {Grazie Osho}
E a quest'ora. Ho voglia di scrivere. Non so perchè. Non scrivo con questa forma, su questo blog, da parecchio. Non so nemmeno se ne sono ancora in grado. Quale limite porrò. Se ne porrò.
Di solito scrivo così sul mio diario nero. Sta appoggiato sulla sedia a destra del mio letto. Con la penna apposta. Nel cassetto del comodino.
Ma ora son qui ad ascoltare Ligabue e mi è venuta voglia. Di raccontare. Di raccontarmi.
Sono qui. La mansarda è più disordinata del solito. Ora che è tutta mia, tendo ad occupare il più possibile le superfici. Libri ovunque. Fogli. Quaderni. Pennarelli. Riviste. Tutto sparso tra tavolo, scrittoio e tavolino. Qui e là appunti di matematica. Qui e là libri sull'Oriente. Poi Dr Jeckyll and Mr Hyde. Caravaggio. Wittgenstein.
Sono qui. Con i pantaloni grigi della tuta. Rannicchiato sulla sedia girevole. La parete bianca davanti. Ho già capito che i miei manifesti spagnoli chissà quando li appenderò. Sempre il solito pigro. Chissà quando li appenderò. Chissà quando.
Il quando. Il cosa. Turbano i miei pensieri. Per timore di rimanere deluso. Di limitare. Di porre dei vincoli alla mia vita. Che non riesco a vedere definita. Non so dove la fiumana mi trasporta. Non ho ancora deciso quale ruscello seguire. Mi aggrappo qua e là ma non sono abbastanza agile da trovare il giusto sostegno. L'agilità non è mai stata una mia qualità. E credo sia una delle cose che mi fanno più innervosire della mia persona.
Ma va beh. Son fatto così. Ho imparato ad accettarmi. Più o meno. No, forse no. Non ho imparato niente. Bah.
Ho perso le parole. Sì. Le ho perse davvero. Provo emozioni ineffabili. Ineffabili a me, sia chiaro. Dirlo agli altri vien dopo. Minor priorità. Emozioni che non capisci cosa significhino per te. E ti vien da sentirti egoista. E ti vien da sentirti giusto. E ti vien da sentirti debole. E ti vien da sentirti buon viso a cattivo gioco. E ti vien da sentirti... tutto fuor che te. Bo. Fore.
Eppure sono io. Sono io quello che si perde nel pathos di una tragedia di Euripide. Che vorrebbe aver visto gli occhi di Penteo che guarda Agave. E non lo dico per creare un mio personaggio inesistente. Io sono così. Perchè io mi perdo davvero in quelle storie che ti strappano il cuore a morsi. Quelle storie che se sono rimaste per 2500 anni, c'è un motivo. E poi...perchè mi piacciono. E chissene frega se non hanno niente di concreto. Se l'astratto ti lascia a bocca asciutta. Chissene frega se non mi lasciano niente tra le mani. è inutile guardarmi con quello sguardo, come dirmi "povero illuso". Perchè mi innervosisce e basta. Sì sono un illuso. La mia vita è una continua illusione, e aver scoperto che il caro Giacomo se n'era accorto, mi ha spiazzato. Perchè ci somigliamo davvero molto.
Io vivo di quella illusione che è il sublime. Il sublime dell'arte. Della natura. Dell'immaginazione.
è per questo che anche io sono un romantico. è per questo che dicevo che è forse per questo che sono portato a vivere in una situazione di precarietà. tra tensione infinita e irrealizzazione. Illusione insomma.
E non capisco. Credo possa essere un'esagerazione. Perchè forse non si può vivere di questo. Non al 100% intendo. Se questo mi piace, devo trasmetterlo agli altri. Sì. Mi piace appassionare. Viverlo per me, sarebbe infruttuoso. Sì. Forse questa è la conclusione di tutto questo.
Forse.
...
Vorrei urlare al cielo. Che sono stufo dei forse. Che sei stufo di non capire.
Ma sento che non ne vale la pena.
...
Non lamentarti, caro Tristano. Direbbe l'amico.
Già. Ma non preoccuparti, risponde Tristano, tu continua a sorridere al mondo. Io lo vedo così.
E ora che il flusso di scrittura si esaurisce torno a vivere come prima.
Con il piacere di aver riflettuto. Un'altra volta.
ame|little_chopin89
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I miei interventi preferiti.
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